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"Numb" è il vostro terzo album, quello che di solito si definisce
"della maturità"...
Chinaski:
Non so se si possa parlare di maturità stilistica raggiunta, ma
credo che rappresenti un passo avanti nella nostra evoluzione. La
nostra intenzione era di consolidare il più possibile l'identità del
gruppo e l'unico modo per farlo era dimenticare tutte le influenze e
le citazioni, ripensando il nostro approccio alla composizione e
cercando di abbattere le nostre autoimposizioni, come, per esempio,
l'adesione a quella definizione che si chiama nu metal. Il
rapportarci a questa etichetta è sempre stato un limite per noi,
perchè in questi casi il rischio è di spersonalizzare la propria
musica a favore di una corrente stilistica, ma a noi interessava
l'innovazione, nonostante non ci consideriamo certo i John Zorn del
nu metal. Per far questo abbiamo fatto fluire le influenze
individuali di noi cinque, cercando poi di cercare un punto di
sintesi tra tutti questi elementi.
Perchè "Numb"?
Chinaski:
Quando abbiamo iniziato a lavorare su questo disco provenivamo da
due anni quasi ininterrotti di tournèe. Tornando in sala a scrivere,
ci siamo trovati quasi incapaci di riprendere i fili del discorso, e
in questo senso numb, che significa "intorpidito", è il modo in cui
ci sentivamo. Due anni sui palchi ti introducono in una
mono-dimensione, è tutto molto bello ed emozionante ma ti porta a
perdere l'approccio più istintivo nei confronti della composizione.La
scelta di usare questa parola per il disco è giunta dopo un bel po'
di tempo, anche perchè noi abbiamo un rapporto abbastanza
conflittuale con i titoli. Quando il disco era già finito, abbiamo
passato due settimane di panico pensando al giusto titolo, poi, un
giorno, facendo del brainstorming tra di noi, Emiliano (Emo, n.d.i.)
ha tirato fuori numb, che abbiamo subito adottato. Oltretutto si
tratta di una parola contestualizzabile in diverse forme, ad esempio
può descrivere l'intorpidimento piuttosto pervasivo che colpisce
tutta la società contemporanea; poi è una parola sola, di sole
quattro lettere, ed esteticamente, secondo noi, ha una forza
particolare.
Nel
disco spiccano due collaborazioni di un certo rilievo. Come sono
nate?
Chinaski:
Sono due collaborazioni nate non a tavolino ma quasi per caso. A noi
piace molto confrontarci perchè troviamo che sia una fonte di
arricchimento notevole, e volevamo farlo prima di tutto con delle
persone, più che con degli artisti. Sia con i Subsonica che con Roy
Paci c'è stato un feeling particolare fin da quando ci siamo
conosciuti, abbiamo sentito subito una comunanza ideologica e
attitudinale che riconosci a pelle, e di conseguenza abbiamo deciso
di lavorare con loro per questo disco. Inoltre ci interessava molto
sperimentare delle soluzioni con due entità artistiche così distanti
da noi e dal nostro contesto musicale. Con i Subsonica non ci
siamo conosciuti a Torino, in realtà sono stati loro ad avvicinarci
la prima volta per collaborare ad una canzone di "Amorematico", più
precisamente a "Gente tranquilla". Noi eravamo assolutamente ben
disposti ed entusiasti, ma i nostri impegni live ci hanno impedito
di portare a termine questo progetto che richiedeva molto tempo a
disposizione. Quando è stato il nostro turno di scrivere i pezzi per
il disco ci siamo rivisti e abbiamo deciso di riprovarci. Non
volevamo fare una cosa del tipo Linea 77 + Samuel, per cui abbiamo
scelto di trovarci tutti e dieci in sala, partendo da una strofa
proposta da noi che pian piano si è arricchita di elementi; una
volta scritta la canzone, che è "66 (diabulus in musica)", ci siamo
trovati tutti in studio a dare la forma definitiva al pezzo, che è
stato registrato in una giornata.
Con Roy le cose sono andate in modo diverso. Noi avevamo già
concluso "Warhol" e ci piaceva, ma volevamo consegnare a lui le
nostre idee per vedere come le avrebbe sfruttate, certi del suo
eclettismo e delle sue capacità. Gli abbiamo quindi consegnato la
canzone lasciandogli carta bianca e lui ha fatto decisamente un
ottimo lavoro.
In "Numb" ci sono due canzoni cantate in italiano, la già citata
"66" e "Fantasma".
Chinaski:
Ci sono una serie di variabili che intervengono nella scelta della
lingua da utilizzare. Prima di tutto noi usciamo per la Earache,
un'etichetta inglese, e fin dall'inizio abbiamo scelto di candidarci
per un ruolo internazionale; questo inevitabilmente ti pone delle
scelte, anche perchè in Inghilterra la situazione è molto diversa da
quella italiana: in Italia siamo molto più disposti ad ascoltare
delle canzoni in inglese, anche se magari non si riescono a
percepire in modo chiaro le parole, mentre lì c'è un bisogno estremo
di capire i testi. Quindi per forza di cose abbiamo dovuto adottare
l'inglese, anche perchè è una lingua che si presta molto di più
dell'italiano al genere che suoniamo. In italiano è molto più facile
cadere nella banalizzazione, nella rima baciata cuore-amore, e non a
caso manca una vera tradizione di rock duro cantato in italiano, a
parte i Marlene Kuntz, un gruppo che stimo e ammiro dal loro primo
disco.
In tutto questo, le nostre canzoni in italiano hanno un po' il ruolo
di stabilire un canale di comunicazione privilegiato nei confronti
di una parte del nostro pubblico a cui siamo inevitabilmente più
affezionati: non ci vergogniamo affatto di essere italiani,
nonostante le amenità che il nostro governo sta portando avanti. A
proposito di questo, devo constatare che con l'avvento del governo
Berlusoni si è interrotto e annullato un processo di
de-cafonizzazione dell'Italia che si stava faticosamente facendo
spazio fin dal dopoguerra: noto che siamo nuovamente percepiti come
individui consociativisti, guidati da una serie di luoghi comuni
come il classico "magna magna", cose che fortunatamente qui a Torino
io non vedo. Credo che Torino sia una specie di faro morale per
l'Italia, a costo di essere bacchettoni e "bugia nen", qui il
rigore, l'onestà e l'autodisciplina sono valori forti, insieme alla
classe e all'eleganza. Al contrario, ad esempio, di Milano, dove si
sta tornando alla "Milano da bere" e ai peggiori anni del craxismo.
Perfettamente d'accordo. Tornando al discorso delle canzoni in
italiano, credo che "Fantasma" sia uno dei vostri brani meglio
riusciti.
Chinaski:
"Fantasma" è un episodio davvero particolare: non solo è in
italiano, ma è anche un brano che parla di noi, una specie di diario
di quella che è stata la nostra vita negli ultimi due anni, non solo
la vita del gruppo ma anche delle migliaia di persone che ci hanno
seguite e con le quali si è stabilita una relazione preferenziale e
speciale. "Fantasma" è un omaggio a noi e a loro, è tracciare una
linea, guardarsi indietro e raccontare cosa vediamo. Personalmente
mi faccio molto emozionare da questo brano, e mi fa piacere che sia
comprensibile solo dagli italiani, perchè, anche traducendola,
nessun altro europeo ne coglierebbe appieno le sfumature. Anche
negli altri due dischi, non esiste un episodio così intimo, e ci
piace che sia così, perchè rimane una canzone molto speciale per
noi.
Per quanto riguarda "66", parla della volontà di essere chi vuoi
essere e delle conseguenze che questo comporta. Il nostro
"suggerimento" a chiunque è quello di non avere mai rimorsi, di
prendersi la responsabilità delle proprie scelte senza doversi
ritrovare a guardarsi indietro con rabbia o risentimento.
A questo album potrebbe seguire un tour negli USA?
Chinaski:
E' una questione che ci portiamo dietro da tempo. In occasione del
nostro primo album la percezione del gruppo negli USA è stata
eccezionale, poi, dopo l'11 settembre, ho riscontrato una specie di
rinascita dell'orgoglio americano, che poi, nella pratica, si
traduce nel protezionismo, alla faccia di Keynes, di Ford e di Smith.
In senso musicale ho notato questa chiusura: non sono mancate le
critiche positive, ma sono anche usciti commenti quasi stizziti per
questo ipotetico deufradarli di un genere del quale si sentono
depositari. Questo in parte può essere anche vero, in quanto io sono
italiano ma devo moltissimo alla cultura americana, da i telefilm di
Arnold a i romanzi di Keruac ed Hemingway, ma trovo patetico questo
modo di intendere le cose, anche perchè, se vogliamo ridurre il
tutto ad una questione di appartenenza antropologica e nazionale,
cosa perlatro antipaticissima, noi italiani siamo depositari di una
cultura millenaria che loro nemmeno si sognano.
Tornando ad un eventuale tour, in realtà c'è un tira e molla che
dura da anni: ci chiamano, ma magari non ci sono le garanzie per
fare gli spettacoli nel modo in cui vorremmo, oppure l'etichetta non
ci manda. A noi non dispiacerebbe, io ho vissuto per diverso tempo
negli USA ed è un paese che amo, nonostante odi l'amministrazione
attuale. Ci piacerebbe molto, inizialmente sembrava cosa fatta, poi
l'11 settembre ha cambiato molto le cose.
Con questo nuovo album ci sono delle speranze, anche se noi non
ci siamo mai approcciati alla musica pensando al dopo, perchè ci
teniamo moltissimo a conservare una forma di onestà intellettuale
che non possiamo tradire. Insomma, ci teniamo a suonare negli Stati
Uniti ma non ci disperiamo se non ci chiamano. Per noi già aver
partecipato al festival di Reading è stato il raggiungimento di un
traguardo che di per sè potrebbe anche bastare per appendere gli
strumenti al chiodo!
Quando conta per
voi la dimensione live?
Chinaski:
E' determinante, innanzitutto perchè è la dimensione nella quale ci
troviamo maggiormente a nostro agio. Questo perchè, nonostante siano
passati molti anni dai nostri inizi, ci emozioniamo ancora tanto e
lasciamo che le emozioni ci travolgano. Quando saliamo sul palco
viviamo un coinvolgimento totale, pena anche l'esecuzione, perchè
quando ti lasci andare gli errori fioccano, ma non ci siamo mai
preoccupati di questo. C'è appagamento perchè in concerto puoi
ricevere un feedback diretto riguardo a quello che stai suonando e
perchè c'è quell'aspetto umano che alla fine manca quando sei in
studio, dove ti chiudi in un mondo a sè stante che, tra l'altro, non
ti aiuta nemmeno a giudicare in modo obiettivo quello che stai
facendo.
Non riuscirei mai a rimanere distaccato sul palco. Ho visto tanti
artisti, anche italiani, che vivono la situazione live con una
compostezza e una rigidità pazzesca, come se stessero semplicemente
facendo il loro lavoro, magari anche in modo più che onesto ma senza
quell'aspetto emotivo che probabilmente è l'elemento che rende i
nostri concerti speciali.
A proposito di questo, come si sente un gruppo di Torino a suonare
nella propria città?
Chinaski:
Ti dico solo una cosa. Nitto (uno dei due cantanti, n.d.i.) è sempre
molto agitato prima di salire sul palco, nonostante con gli anni
abbia notevolmente ridotto questa tensione. Per la data
dell'Hiroshima ha vomitato sei volte poco prima del concerto!
Sono dieci anni che siamo in giro, siamo stati a Reading, eppure
suonare qui dà sempre un'emozione irripetibile, forse ancora di più
di quella che ci ha assalito a Reading, perchè si tratta di un
ritorno a casa che non è comparabile a nient'altro. Noi
all'Hiroshima siamo sempre andati a vedere concerti, io addirittura
ricordo i concerti nella vecchia sede in via Belfiore, e la mia
prima tessera del locale credo risalga all'86, quando vendevano il
bicchiere di latte a mille lire! Sono ricordi che ti accompagnano
per tutta la vita, e tornare qui dopo che hai fatto un sacco di cose
all'estero e vedere che ad aspettarti c'è questo supporto tutto
torinese, ancora diverso da quello che ci forniscono nel resto
d'Italia, è un qualcosa difficile da descrivere.
A Torino c'è qualcosa di più, una componente squisitamente
campanilistica della quale noi siamo assolutamente pervasi che è
questo rapporto speciale con le persone che calpestano i tuoi stessi
marciapiedi, con le quali esiste un feeling inspiegabile a parole.
E' una comunanza speciale che riesce a realizzarsi solo qui, e credo
che anche tra dieci anni le cose staranno ancora così.
Noi amiamo Torino. Personalmente ho vissuto un rapporto di amore e
odio nel periodo adolescenziale, nel quale sei incazzato con tutti e
con tutti, ed ero incazzato con Torino perchè dopo il periodo d'oro
del Big e dello Studio Due la città ha vissuto cinque anni,
approssimativamente dal '90 al '95, di morte musicale totale, dal
quale solo adesso stiamo uscendo. Anche oggi Torino produce un
sacco, ma da qui le tourneè internazionali non passano, ed è una
vergogna, perchè logisticamente siamo in una posizione ideale.
Probabilmente siamo troppo vicini a Milano, ma sono sempre stato
convinto che il problema è tutto torinese: siamo depositari
dell'unità d'Italia, abbiamo inventato il telefono, il cinema
italiano è partito da qui, però abbiamo la bruttissima abitudine di
farci fottere le cose. Basta pensare al recente trasferimento della
sede della Telecom, sono danni macroscopici per l'economia della
città, già in difficoltà per la crisi della Fiat. C'è troppa
modestia, siamo davvero dei "bugia nen", sempre eccellenti tanto nel
produrre quanto nel lasciarci scippare le cose da realtà più scaltre
e probabilmente meno oneste. Ad ogni modo, passata la fase
tardoadolescenziale e dopo aver iniziato a girare l'Italia e
l'Europa, l'amore per la città ha cominciato a crescere a dismisura.
C'è qualcosa di speciale qui, e lo dico a costo di sembrare un'ultrà
del campanilismo: quando andiamo a Milano rompiamo sempre i coglioni,
facciamo le interviste e la gente si lamenta perchè diamo troppo in
testa a Milano, in modo molto esplicito. La differenza tra queste
due città è netta: a Milano tra forma e sostanza vince la prima, qui
si bada pochissimo ad apparire, testa bassa e lavorare. E' anche un
fatto di atteggiamento, e puoi vederlo dalle due famiglie
imprenditoriali che caratterizzano la storia recente dell'Italia: da
una parte gli Agnelli, borghesemente aristocratici, sempre misurati
e dotati di classe e stile; dall'altra parte i Berlusconi,
rappresentanti della volgarità più becera che caratterizza gli
arricchiti.
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